La  leggenda  ... La storia di Fortebraccio e lo zafferano

Una volta, chi si ricorda quando ma doveva essere il medioevo o giù di lì, dalle parti di Montalcino viveva un brigante di nome Fortebraccio. Un tipaccio rude, una specie di montagna di ciccia, muscoli, denti e peli con il cervello di una volpe e la forza di un orso. Per la gente del borgo era un bel guaio. Arrivava, terrorizzava, spaccava porte e poi vuotava le dispense e rubava quello che trovava. Aveva poi la cattiva abitudine di appendere uomini e donne agli alberi ed alle finestre delle case. Cosi, tanto per divertirsi.  Non pochi abitanti del borgo avevano penzolato a turno appesi per i piedi dalle finestre della loro casa o dagli alberi del loro campo. Oltre al danno pure le beffe..........

............ Veramente c’era anche un conestabile, Gregorio, un autentico cuor di leone tanto che appena sentiva arrivare Fortebraccio correva in cima al Monte Amiata. Una vera garanzia. Ci aveva provato pure il sensale a far qualcosa, uomo di mondo, proponendo a Fortebraccio del denaro ma il brigante si era preso i soldi ed aveva appeso il povero gentiluomo per i piedi al finestrone della chiesa. La faccenda durava da molto ma nessuno sapeva come porvi rimedio e si diceva pure che alla signoria di Siena andasse bene cosi e che Fortebraccio fosse uno sgherro dei senesi mandato a far paura alla gente del borgo, troppo ricca e troppo orgogliosa.

Quella mattina era sorto un bel sole, un sole caldo per essere di ottobre, e l’aria era piacevole ma la gente non se la sentiva di uscire per conversare o fare affari o altro. Quello era il giorno di Fortebraccio come avevano avvertito i provvidenziali viandanti che lo avevano visto aggirarsi per il bosco.  Solo Martella, una contadina dei dintorni gironzolava per i viottoli. Sapeva di Fortebraccio ma non pensava di essere in pericolo, era convinta   che prima di saltare addosso a una contadina ci fossero tante belle cose molto più interessanti di lei ad attirare l’attenzione di quel brigantaccio. E non aveva torto. Ma quella volta si erano tutti chiusi in casa e di interessante per strada c’erano solo lei ed il suo paniere di erbe da portare dallo speziale. Martella infatti coltivava le piante officinali, un’arte segreta che gli aveva insegnato sua nonna, che poi vendeva allo speziale per fare medicine e tisane.  

Povera Martellina, i suoi occhioni blu si spalancarono di paura quando si trovò di fronte quella specie di bufalo arrabbiato. La paura la bloccò come una catena e non fu più capace di fare un passo. Il gigante era indispettito perché aveva trovato tutti i portoni sprangati e la sorpresa non gli era riuscita. Non aveva voglia di buttare giù le porte, aveva solo una gran fame e si sentiva pure più buono del solito. Si sarebbe perfino accontentato di vuotare solo due o tre dispense e appendere al massimo un paio di cavalieri alle bifore della casa del conestabile che certamente avrebbe trovato vuota visto che Gregorio era come al solito in viaggio per l’Amiata. Ma indubbiamente il fatto che tutto il bottino della giornata sarebbe stato solo il cesto di Martella gli faceva di certo montare ancor più la fame e la rabbia.

“Cosa porti in quel cesto donzella?” Abbaiò lui.

Martella si guardò intorno alla ricerca di qualche nobile giovine senza macchia e senza paura che giungesse a salvarla. Fatica inutile, tutti i cavalieri disponibili nel raggio di dieci leghe si erano prudentemente rifugiati dietro i portoni sprangati.

“Porto erbe e fiori per lo speziale… le coltivo per lui…”. Fu la tremante risposta della ragazza.

“Non ti credo…. Tu mi canzoni… ma stai attenta donzella…”

Fortebraccio quasi urlò quelle parole e Martella non nascose la sua paura.

“Guarda se non tu ci credi… sono solo erbe e fiori…non è roba di valore… non farmi del male…”

Il bruto resto perplesso. “Fiori….?”

Per quanto incredibile potesse sembrare agli altri Fortebraccio aveva una certa sensibilità e i fiori gli piacevano e poi, a dire il vero, quegli occhioni color del cielo lo colpivano molto. Non sarebbe stato per niente bello fare qualcosa a quella contadinella che lo guardava piena di terrore, provava quasi una sorta tenerezza per quell’uccellino spaventato. Guardò nel cesto dove i petali viola di un mazzo di fiori mai visti spiccavano tra le erbe e le foglie. Fortebraccio ne riamase affascinato, non capiva perché ma dovevano essere roba importante, forse qualcosa di magico.

“E codesti cosa sono? Cosa sono codesti fiori colorati…. Roba per far magie?”

Martella cercava di non far vedere la sua paura e di tenere ferma la voce, quella montagna di muscoli pelosi poteva far di lei una polpetta.

“Sono…. Sono fiori, non ti piacciono? Sono belli e poi qualcuno dice che li mette nel cibo per dare sapore… Lo speziale li manda a Siena a certi suoi compari…”.

Fortebraccio fece una risataccia sguaiata. “Ahaahahaha… oh donzella che adesso a Siena si mangiano pure i fiori?  Li mangi anche tu…?”

Gli occhioni blu di Martella si spalancarono ancora di più. “Me lo disse lo speziale …. Io non lo so…”.

Ma non ebbe modo di dire altro. L’energumeno la prese e se la caricò sulle spalle, cesto compreso, come fosse una fascina per il focolare e prima che la povera ragazza potesse dire qualcosa erano già in mezzo alla foresta diretti al rifugio di Fortebraccio.

Martella rimase stupita. Si aspettava una specie di tana di orsi ed invece quella di Fortebraccio era una casetta di legno e pietra in una piccola radura nascosta. Rimase ancora più sorpresa quando vide che era più ordinata di tante case che aveva visto nel borgo, persino più della sua. Il bruto la scaricò su una sedia senza troppi complimenti ma senza farle male e quindi si versò una generosa dose di vino nel primo boccale che riuscì a trovare.

“Ovvia donzella, vediamo se adesso mi canzoni ancora... Ho fame,  cucina qualcosa con codesti fiori ma attenta…. Appena pronto il desinare ti lego… e se metti qualcosa di velenoso rimani qui legata a morir di fame. In questa landa nessuno ti trova…”

Martella si sentì morire e tirò tanti accidenti a sé stessa per la sua avventatezza ed altrettanti ne mandò ai nobili cavalieri che non c’erano mai quando sarebbero serviti. Una cosa però la consolava, la nonna non aveva mai coltivato piante velenose e lo speziale di certo non mandava certe sorprese ai gentiluomini di Siena. Cosa aveva detto lo speziale….? Non se lo ricordava… Mah! Avrebbe provato a fare qualcosa e a imbrogliare Fortebraccio tanto peggio di così non poteva stare. In breve il piatto fu pronto, stufato di carne e verdura e stava pensando a cosa raccontare al brigante riguardo ai fiori quando quegli entrò in cucina facendola trasalire. Fu il caso o la fortuna non è dato sapere ma per lo spavento i fiori che aveva preso in mano gli caddero nello stufato e cominciarono a colorare di giallo il sugo.  Martella rimase senza parole, non solo lo stufato era diventato di un bellissimo giallo ma aveva un profumo speciale, nuovo… molto invitante. Più il tempo passava più il colore diventava bello e vivo, Martella restò in silenzio a bocca aperta.

Il bruto si avvicinò e anche ad un grezzotto come lui la cosa parve miracolosa. Avrebbe voluto dire qualcosa di adatto alla situazione ma si dette un contegno mostrò di nuovo il cipiglio del duro navigato che non si sorprende di nulla.

“Dunque donzella fammi vedere icchè tu hai cucinato? … mmmm… il colore è di molto bellino e anche l’odore pare di cosa buona … adesso sentiremo di che sa… …”.

Fortebraccio ridacchio. Martella avrebbe voluto dire che anche lei aveva una voglia matta di sentire il sapore di quel cibo che aveva preso il colore del sole ma era meglio non contraddire il suo carceriere.

“Ovvia, vieni qui che ti lego…”

L’omone la legò alla sedia in modo che non potesse scappare ma anche da non ferirle la pelle. Martella rimase sorpresa ancora una volta dalla ruvida delicatezza di quello che comunque era pur sempre un brigante.

“Allora adesso sentiamo… Sei sicura donzella? Qui non ti trova nessuno se mi hai avvelenato sarà la tua condanna… Piuttosto come ti chiami… codesti occhioni avranno pure un nome.”

Martella annui. “Martella, mi chiamo Martella… La mi mamma mi chiamò cosi in ricordo di un suo amore che si chiamava Marte.”

L’orso assaggiò, poi assaggiò ancora, poi si prese tutta la pentola ma ebbe la cura di lasciare qualcosa in un piattino per la ragazza.

“Guarda se è veleno… è il veleno più buono che conosca… te ne lascio un pochetto qui cosi ti avveleni anche tu.” Lo disse sorridendo di malizia ma anche di soddisfazione. La ragazza quasi si indispettì.

 “Si… e mi dici come fò a mangiare legata come un salame?” La domanda era lecita e costrinse Fortebraccio a pensarci su.

“Tu hai ragione … e ti imboccherò io… come faceva la mi mamma con me. Sai l’ho avuta anche io una mamma. Questa era la casetta del suo babbo, il mi nonno… mi chiamava braccino lui….”

Martella mangiò di gusto, era da quando aveva finito di cucinare che voleva assaggiare quella pietanza. Era buona, tanto buona e non era possibile che potesse fare male a qualcuno. Infatti nessuno dei due morì e Fortebraccio decise di tenersi Martella almeno fino a quando la dispensa non fosse stata vuota o fossero finiti i fiori. E cosi passarono i giorni.

Intanto la sparizione della ragazza era stata notata. Ormai erano giorni che non vedevano quella scanzonata donzella girare per il borgo con il suo cesto e pure la nonna era andata dal conestabile ad esternare la sua preoccupazione e tutti avevano pensato subito a Fortebraccio. Gregorio, dal canto suo, non potendo scappare subito all’Amiata aveva convocato tutti i cavalieri disponibili per fare una battuta di ricerca. Neppure il più scalcinato dei nobili di ventura poteva tirarsi indietro in tal frangente, ne valeva del buon nome e del posto nella classifica dei cavalieri. Certo era strano, il brigante non aveva mai rapito nessuno ma Martella era quella che si diceva una bella ragazza e neppure un energumeno come quello era fatto di pietra. E quindi i cavalieri di alto, medio e pure di basso lignaggio si misero alla ricerca della sfortunata fanciulla. Tra questi vi era ser Andreuccio del Piccolo, cavaliere avventizio di prima nomina dotato di poca esperienza e non molto censo ma certamente animato da nobili principi e guerresca volontà. Non era certo i miglior segugio del lotto ma, come si suole dire, ci si mise di mezzo la solita fortuna dei dilettanti e dopo essersi perso nella foresta e aver vagato per ore girando in tondo si trovò per caso davanti al rifugio di Fortebraccio. C’era silenzio, solo qualche grillo innamorato cantava la sua serenata e solo una luce da una finestrella faceva capire che la casetta fosse abitata. Circospetto Andreuccio si avvicinò e sguainato lo spadone socchiuse la porta pregando San Giorgio , protettore dei cavalieri, di non far rumore. Entrò e ciò che vide lo stupì. Il brigante e la donzella, invero molto piacente, dormivano della grossa dopo quella che sembrava una lauta cena. L’unica nota stonata del quadretto era che la fanciulla era legata ad una sedia anche se a dir il vero sembrava che la cosa non la facesse soffrire.

Andreuccio si fece avanti con cautela e sudando freddo toccò la spalla della ragazza. “Suvvia Martella svegliati” Le disse con un sussurro in un orecchio. Lei si girò ancora ad occhi chiusi, fece un gran sospiro, scosse la testa facendo brillare i suoi capelli dorati e poi finalmente si decise a guardare chi la disturbasse. Quando si vide davanti il giovine cavaliere con in mano uno spadone quasi più grosso di lui fece per gridare ma la mano di lui le chiuse la bocca.

“Taci… o siamo morti…” Lei lo guardò come le avesse detto qualcosa in latino o in un qualche ostrogoto linguaggio  teutonico. “Ma che dici? Lui non è pericoloso….”

“Ah si…? E che ci fai legata costì?”. Detto questo liberò la prigioniera che però non mostrava alcune segno di sofferenze o dolori.

“E adesso che vuoi fare nobil signore?”

Andreuccio si grattò l’elmo. “Beh adesso dovrei affrontare in duello codesto brigante e vincerlo per vendicare la tua virtù di madamigella. Ma devo aspettare che si svegli. L’avversario si affronta quando è sveglio ed è sobrio, ne va del punteggio di cavaliere, e codesta montagna di roba da come ronfa deve aver brindato parecchio.”

“Eh si… Il nostro amico è un fedele credente in Bacco… ma tu non ti far venire idee strane… in fondo e solo un ragazzone solitario… e poi se si spazientisce e ti prende… ti appende per i piedi al primo albero che trova.”

Andreuccio si grattò di nuovo l’elmo, toglierselo per grattarsi il capo era troppo complicato, e giunse ad una conclusione. “Lo leghiamo, cosi quando si sveglia… Tanto prima di domattina chi lo smuove? Ah… si mentre lo lego… avresti tu oh donzella la cortesia di preparare qualcosa da mangiare? Per fare un bel duello devo essere satollo”.

Bel tipo di cavaliere, pensò Martella ma era carino e pure simpatico e poi sembrava anche essere gentile. Tutti gli uomini che aveva incontrato fino ad allora non avevano affatto nascosto che avrebbero violato assai volentieri la sua virtù se lei lo avesse permesso. Questo invece pareva diverso dal solito. Gli avrebbe dato qualcosa di speciale, era avanzata ancora un poco di stufato ai fiori. Come era successo per Fortebraccio anche il novello cavaliere rimase colpito o meglio stregato dal sapore inusitato che quei piccoli fiori davano alle pietanze e pensò bene di innaffiare il tutto con il buon vinello del brigante.

“Divina pietanza… Ma davvero cosa mi hai propinato donzella? E’ forse magia? Morirò oppure il mio capo si tingerà di rosso e forse mi metterò a fumare dalle orecchie?”

Martella ridacchiò, il giovine si accorse che quando rideva era irresistibile, lo tranquillizzò e gli raccontò di cosa fosse successo nei giorni precedenti. Gli disse di come Fortebraccio fosse rimasto ammaliato dalle pietanze insaporite dai quei fiori strani e di come avesse deciso di tenerla ancora un po’ con sé per poter ancora gustare di quella delizia.

“Non mi ha mai fatto male e anche quando mi legava lo faceva evitando di farmi alcunché.  L’è un poco grezzo ma non è poi cosi cattivo. Potevo scappar via se mi pareva ma mi andava di restare ancora un poco.”

Andreuccio non sapeva bene che pesci pigliare, era un cavaliere e salvava le donzelle in pericolo ma non gli era chiaro che pericolo ci fosse in quel caso. E mentre rimuginava su tali fatti si svegliò Fortebraccio. Tre sguardi si incrociarono in un silenzio da cattedrale. Il bruto ebbe un sussulto ma si accorse in fretta di essere legato come un arrosto e più o meno prigioniero.

“Oh chi sei tu messere? Cosa vuoi qui da me?”

La domanda parve cosi ovvia che il cavaliere rimase interdetto.

“Come? Non vedi? Son Ser Andreuccio e sono venuto a liberare madonna ed a battermi in duello con te per la sua virtù offesa.” Diavolo, era tutta la vita che voleva fare un proclama cosi.

“Virtù offesa? Madonna vi dirà che nulla le feci….”

“Ma insomma c’è stato un ratto…”

“Ovvia… Martella è abbastanza furba da capire come liberarsi da sola … poteva fuggir via a piacimento…”

Effettivamente Martella non gli era sembrata proprio una prigioniera disperata ma la cavalleria è cavalleria ed un ratto ha il suo prezzo.

“E poi da lunga pezza ormai terrorizzi e rapini il borgo e colmo di offesa appendi i cittadini alle finestre.”

Fortebraccio si grattò il naso e si mise a ridacchiare.

“Ovvia, tutto sto strepito per quattro bischeri appesi per i piedi? E dai… Si ho rotto qualche porta e svuotato qualche dispensa ma devo campare anche io ed una bestia come me chi la prenderebbe a giornata? E poi a ben vedere… quelli che ho appeso spesso se lo meritavano. Non erano stinchi di santo veruno. Tanto li han tirati giù subito quindi in fondo sai che danno…”.

Martella ne convenne lasciando il povero cavaliere sempre più perplesso e disorientato.

“E poi a dirla tutta dovrei esser pure benemerito… Da quando son qui io nessun brigante vero ha più molestato qualcuno del borgo ed i viandanti van sicuri fin verso Siena anche di sera. Dovrebbero darmi mercede di questo i vostri concittadini.”.

Martella convenne di nuovo, il sapere che Fortebraccio girasse per la foresta spaventava più i malfattori che i cittadini e la gente di passaggio tanto che avevano maggior sicurezza per i loro beni ed i loro affari. Andreuccio guardò prima la ragazza e poi il gigante, poi ancora la ragazza ed infine si tolse l’elmo e prese la parola. 

“Or che mi sovviene… avrei una idea…”

E fu così che da quel giorno Montalcino ebbe un nuovo vice conestabile. Era un buon affare per tutti. Fortebraccio accettò di tener alla larga malfattori e prepotenti, come del resto faceva già, in cambio di uno stipendio e della promessa che Martella avrebbe cucinato per lui almeno due volte alla settima. Si trasferì in due stanze nel palazzo del conestabile e dato che una volta ripulito non era poi così terribile trovò una formosa madamigella e mise su famiglia. Quando ebbe dei figlioli pretese che Martella e Andreuccio gli facessero da padrini, ormai erano entrambi di famiglia. Al conestabile non gli parve il vero che qualcuno si prendesse tutte le rogne e decise che poteva fermarsi più spesso all’Amiata. I cittadini si sentirono più sicuri e si diedero ancor di più al commercio ed alla produzione di vino. Ser Andreuccio, sagace seppur giovine cavaliere, divenne a furor di popolo gonfaloniere e lo rimase per tutta la vita. Martella dal conto suo si mise in affari con lo speziale per incrementare la coltivazione di quel piccolo fiore che aveva cambiato la vita del paese.

“Si chiama zafferano.” Così le disse lo speziale e lo zafferano divenne l’oro rosso di Montalcino.

Martella pensò bene che per commerciare in sicurezza ci volesse l’appoggio del gonfaloniere, Andreuccio gli piaceva e quella era una buona ragione per frequentarlo ed unire l’utile al dilettevole. Cosi da un’amicizia nacque un amore e naturalmente Fortebraccio fece da testimone alle loro nozze insieme allo speziale.  Ebbero molti figli e naturalmente tutti vissero felici e contenti.

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Ma la tradizione vuole che questa non sia la sola storia legata a quel fiorellino portentoso ed alle terre senesi e magari ne sai una pure tu.